Cenni storici

Barge, in provincia di Cuneo, antichissimo borgo abitato dall’uomo fin dai tempi più lontani della preistoria è adagiato ai piedi del Monte Bracco, monte sacro ai Celti, noto anche a Leonardo Da Vinci per la sua meravigliosa pietra chiamata “quarzite”.

Il centro urbano di Barge sorge in una conca alluvionale tra due letti torrentizi, esso ha intorno a sé un altipiano lentamente digradante verso la pianura padana ed alle spalle le Prealpi e le Alpi. L’altipiano citato, che comprende nella zona mediana, cioè a metà fra la zona prealpina e la pianura, una porzione di territorio detta di Assarti – in dialetto piemontese “Lissart” che deriva con molta probabilità dal verbo provenzale “eyssartar” cioè “dissodare”, (questo perché divenuti probabilmente incolti dopo le invasioni barbariche e dissodati dopo l’anno Mille), è caratterizzata dalla presenza di un terreno argilloso che corre da Barge fino a Bagnolo P.te ed era, sin da tempi remoti, coltivato a vigneto.

Secondo alcuni studiosi il vigneto sarebbe stato introdotto in queste zone fin dall’età preromanica in virtù dei contatti fra Celto – liguri e coloni greci provenienti da Massilla (Marsiglia) e Nikea (Nizza). Costoro ricordano che Plinio, autore della storia naturale, parlò di un vino di questa zona e si stupì per l’uso di botti di legno a doghe, fasciate da cerchi lignei, così diverse dalle anfore di terracotta dei popoli mediterranei, gustificandone l’uso per la presenza, in queste zone, di un clima più rigido.

In questa realtà qui come altrove in area che fu già gallica, nel Medioevo si arrivò a distinguere fra vinea e l’altenus; intendendo con il primo la vigna lavorata con il sistema in cui la vite era tenuta bassa, mentre il secondo prevedeva la lavorazione della vigna a ceppo alto e quindi tra i filari si poteva contemporaneamente utilizzare il terreno per altre culture come segale, frumento, meliga e patate.

Fin dal 1374 la viticoltura nel nostro territorio era già molto diffusa, infatti, la Comunità di Barge cercava di tutelare la produzione vinicola impedendo le importazioni di vino prodotto altrove, sotto l’enorme sanzione pecuniaria di venticinque lire astesi oltre alla perdita del carro e del bestiame utilizzati per il trasporto.

La grande considerazione che circondava il vino bargese in Piemonte emerge dalle poche frasi latine dedicate a Barge dal Padre Andrea Rossetti di Mondovì, nel 1667:

Oppidum Bargense nobile et tum populi frequentia, tum virorum generositate, tum optimi vini generatione, tum commercii commoditate. Populum habuit armis deditum, manu promptum, et vindictae avidum …”

A sottolineare la qualità dei vini di Assarti, nella stesura definitiva del Bandi Campestri Bargesi del 1732 il capitolo 4 contiene una norma che impone la vendemmia a partire soltanto dal giorno individuato ogni anno dal Consiglio Comunale locale e imponeva pesanti sanzioni pecuniarie a chi non avesse obbedito a tali disposizioni o avesse vendemmiato fuori tempo ed esportato le uve fuori dal territorio comunale. Si ritiene correttamente, pertanto, che tali disposizioni così severe volte a tutelare questa realtà erano concepibili solo in quanto l’uva e il vino bargese erano considerati prodotti preziosi.

L’autore della statistica della provincia di Saluzzo, l’Eandi, nel 1835 cita i vitigni presenti nel territorio; i vitigni a bacca bianca citati sono tra gli altri l’erbaluce, il moscatello, la malvasia, mentre i vitigni a bacca rossa sono tra gli altri il nebbiolo, il bolognin, la pellaverga, il dolcetto e l’avarengo. Secondo l’Eandi i vini bargesi sarebbero divenuti famosi per la loro resistenza alle alte temperature, ma alcuni di essi, in particolare quelli prodotti ai confini tra Barge e Bagnolo ( ossia la zona di Assarti) sarebbero stati bevibili solo dopo l’estate successiva alla raccolta, intendendo con questo la buona longevità dei vini locali.

Il XIX secolo vede un progressivo declino della viticoltura locale determinata, da una parte, dall’ introduzione di vitigni che garantivano abbondanti produzioni ma scarsa qualità del vino ottenuto e dall’altra da veri e propri flagelli che colpirono la vite in questo periodo come la fillossera e l’oidio che imperversarono per oltre un trentennio.

Fu proprio un bargese, Don Lorenzo Trecco, ad inventare e a diffondere e incoraggiare i viticoltori ad utilizzare un solfometroossia un razionale strumento per l’irrorazione dello zolfo sulle viti malate colpite dall’oidio, ottenendo ottimi risultati.

La riuscita dei nuovi sistemi applicati alla lotta antiparassitaria creò una nuova fiducia nei produttori scoraggiati negli anni precedenti e sempre con la spinta e l’impulso innovatore di Don Lorenzo Trecco si iniziarono esperimenti di impianto di viti a basso ceppo, seguendo il sistema Guyot.

 

Tratto da:

Giorgio Di Francesco, Barge, aspetti di civiltà rurale tra Alpi e Pianura Padana,Editrice il Punto, Grugliasco, 2001.

Giorgio Di Francesco, Barge, l’evoluzione di un centro urbano, Arti Grafiche Alzani, Pinerolo – Torino, 1996.

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